Esposizioni

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New Dutch Storytellers
Anne Geene, Anna Dasovic, Willem Popelier, Rob Hornstra
a cura di
Rob Hornstra
 
23 Settembre - 23 Ottobre
MACRO Testaccio
Piazza O.Giustiniani, 4
dalle ore 16.00 alle 24.00 (chiusura biglietteria 23.30) chiuso il lunedì
 

Ogni anno, seguo con grande interesse gli studenti dell’ultimo anno di fotografia delle accademie d’arte olandesi. Non soltanto rimango spesso sorpreso dallo standard elevato del loro lavoro, ma sono anche ispirato dal modo innovativo con cui alcuni di questi studenti narrano le loro storie visuali.  Talvolta, scopro nuovi modi di operare che influenzano il mio lavoro. I progetti qui esposti, realizzati da tre giovani fotografi olandesi, sono un esempio di tutto ciò. Sono tutte meravigliose storie visive che mi portano a riflettere in maniera critica sul mio lavoro e che sono rappresentative della fotografia documentaristica olandese contemporanea. 

Tutti e tre i progetti sono spinti da una motivazione personale. Per Willem Popelier era il rapporto con suo fratello, per Anne Geene, l’amore per il suo appezzamento di terra, mentre Anna Dasovic è affascinata dai rapporti fra tedeschi ed olandesi durante l’ultima guerra.

Nella presentazione finale, le esperienze personali sono state trasformate in tematiche sociali più importanti, come i rapporti familiari, il rapporto fra esseri umani e natura, e l’uguaglianza fra le persone. Il carattere innovativo di questi progetti risiede soprattutto nel modo in cui i fotografi narrano le loro storie. Il loro approccio è caratterizzato dalla precisione scientifica con la quale esaminano ogni dettaglio che potrebbe aver influito sul soggetto trattato. Il mezzo fotografico gioca un ruolo secondario. Questi giovani raccontano la loro storia con l’aiuto di materiale visivo, ma sembrano a malapena interessati al fatto che tale materiale visivo venga o meno realizzato con una macchina fotografica. 
Noto che io stesso vengo influenzato da queste nuove tendenze. 

Un esempio di un mio lavoro che non contiene soltanto foto ma anche elementi di altro genere (anche se non quanti ne mettano questi fotografi) è “Willem & Kid”, un progetto sui miei vicini, al quale lavoro da quando mi sono diplomato in fotografia, nel 2004. Agli inizi del progetto mi limitavo a fotografare i miei vicini, uno dei quali, però, mi lasciava regolarmente dei bigliettini a casa. Questi biglietti sono ora entrati a far permanentemente parte del progetto, e costituiscono forse la migliore rappresentazione del mio rapporto con questo signore.

In risposta a questa mostra, potremmo discutere se questi progetti possano o meno essere inclusi in un festival di fotografia. Alcuni visitatori potrebbero rimanere perplessi e domandarsi come mai sulle pareti non ci sono sono estetiche alla Cartier Bresson. La risposta è semplice: dopo la rivoluzione digitale, che ci ha portato un numero infinito di nuove possibilità tecniche, la narrazione visiva si concentra ora molto sull’arricchimento sostanziale. Ci sono continuamente nuovi sviluppi, e l’epoca del “momento decisivo” di Cartier Bresson è superata da molto tempo. Se c’è qualcosa da discutere, allora mi sembra che la vera questione sia se si debba ancora chiamare “festival di fotografia” un festival di fotografia