Esposizioni

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Ombre. Di segni altrove
Rodolfo Fiorenza
a cura di
Maria Francesca Bonetti
 
23 Settembre - 23 Ottobre
MACRO Testaccio
Piazza O.Giustiniani, 4
dalle ore 16.00 alle 24.00 (chiusura biglietteria 23.30) chiuso il lunedì
 

Ombre corte (2006), Elogio dell’ombra (2007), Cappadocia il silenzio dell’ombra (2008);

« E le ombre della memoria si confondono con le ombre della camera oscura, quelle che si formano sui sali d’argento del negativo, quelle ombre che emergono dalla notte e dai sali d’argento delle stampe… senza fotografia non avrei avuto memoria, luoghi, persone, amori, umori, momenti, attimi, istanti…» (R. Fiorenza, Le ombre, il caso e la memoria, testo scritto per il catalogo della mostra alla galleria Volume!, Roma, 2009).

Una sorta di ossessione sembra segnare – più che ispirare – tutto il più recente impegno fotografico di Fiorenza; un leitmotiv che lo accompagna, però, più come riflessione teorica e a posteriori sul proprio lavoro, che non come vero e cogente motivo del suo più autentico atto creativo. Questo invece è tutto in quell’altrove, che non basta un’esperienza, una vita, un’esistenza, a mettere a fuoco e a definire. In quell’altrove che le immagini possono soltanto cercare di “fissare”, di catturare, ossessionando – questa volta sì – l’autore, rincorrendolo e trasformandolo – come per una specie di legge del contrappasso – in un visionario perennemente a caccia ma incapace di dar forma esatta ai ricordi, ai pensieri, agli istanti. 

«Ti accorgi, al momento dello scatto, che quanto hai fotografato non è il reale che avevi davanti, ma qualcosa che lo scatto stesso ha reso più vicino alla tua visione, che ti somiglia di più, ed è quel qualcosa in più che continuamente ricerchi, è di quel qualcosa in più che ogni volta si tratta » (R.F., ibidem).
È questa somiglianza, questo “qualcosa in più” che Fiorenza sembra attuare nelle infinite sequenze di ombre inseguite e rintracciate sulle Mura di Roma, uno schermo ideale su cui si proiettano forme che, come in un teatro delle ombre (anche questo un’antica passione), danno vita a un racconto e riannodano un dialogo, con la città e il tempo passato, con la storia e la memoria collettiva, che affiorano continuamente nel lavoro del fotografo, non per aderenza a una realtà referenziale, ma per una più profonda esigenza di conoscenza, unica via per ricomporre in unità e ritrovare il senso della propria frammentaria ed episodica esperienza.

E come in un dramma messo in scena a teatro, due forze in tensione, due elementi opposti e in contraddizione si affrontano nel racconto: la presenza di ombre cupe e incombenti che appaiono, come in un sogno da incubo notturno, precarie, opache, inconsistenti, fuggevoli e informi, ma che, paradossalmente, rilevano la concretezza, danno luce e visibilità alla solidità e alla bellezza di quella imponente struttura che, nella sua secolarità e circolarità, immanente e perenne anche al di là dell'umana quotidianità dell’artista (ulteriore “soglia” pronta a rivelare l’immagine della memoria?), si erge come emblema e metafora assoluta del tempo. 

L’ombra, “la più transitoria delle cose, emblema proverbiale di tutto ciò che è evanescente e momentaneo” (William Henry Fox Talbot, 1839), è qui ancora una volta « posta al centro del tumulto fotografico » e, quale figura, “vero soggetto del quadro”, si manifesta come « definizione della fotografia stessa. […] Fotografare ombre è in qualche modo mostrare la matita della natura al lavoro, è ritrarre, attraverso l’immagine di un’immagine, un’origine del fotografico, e senza dubbio il gesto di Fox Talbot, come quello di… [Rodolfo Fiorenza, diremmo noi] hanno a che vedere, in modo più o meno cosciente, con questa identificazione.» (Jean-Christophe Bailly, L’istante e la sua ombra, Milano 2010).